Il respiro rovente e frusciante del vento caldo ci avvolge e turbina da ogni parte" mulinelli di sabbia raspano sulle lame di roccia surriscaldate dal supremo astro della fornace celeste: l’emozione dell’avventura è lì, davanti a noi, si stiracchia, quasi, come in attesa, nei pochi chilometri di landa scoscesa e calcinata dal sole che separano la "Cupola del vento" dal monastero copto di "Anba Hatre",  San Simeone...  
Volgendo l’attenzione attorno posso cogliere gli occhi di ciascuno di noi, mentre si socchiudono per valutare la distanza, e per ripararsi dal soffio secco e caldo della brezza...  ma gli occhi dell’anima... Oh, quelli sono spalancati, attenti e fissi nella distanza, come specchi di antica ossidiana, lucidi e immobili, nell’attesa dell’imminente marcia attraverso la cima del gebel per sprofondare nel deserto in fondo alla valle. Il lento avvio dalla sommità del Qubbet, della "cupola", ci conduce, viaggiatori incantati, attraverso distese di scaglie di pietra, ciottoli scuri e sabbia rovente.    

E la perfetta e uniforme luminosità radiante richiama alla mente il simbolo unitario dell’occhio di Horo, acuto dardo fiammeggiante, centripeto nella sua attenzione assoluta, centrifugo nella sua ardente emissione di fulgore. Il nostro sguardo inquieto si perde tra le tracce ondeggianti, e risale il pendio sul versante opposto... fino alla debole geometria, ormai diroccata e confusa, dell’antico monastero...

Gli altri, con gli occhi ancora pieni dello spettacolo delle fresche acque del Nilo, del verde delle isole di Elefantina e Kitchener e le altre più piccole, immagini ancora fissate sulla retina dalla luce abbagliante e spietata del sole, si avviano con passo lento e sicuro, chiacchierando ancora, dopo la piccola pausa di riposo effettuata sulla cima. La breve quanto ripida salita, dalle Tombe dei Nobili alla cima del rilievo, ha preteso un tributo di relax e respiro, all’ombra dell’edificio dalla volta svettante nell’azzurro terso del mattino. 

Com’è lontana la civiltà! remota la comoda e fresca protezione degli alberghi condizionati, delle cabine di motonave congelate da freddi soffi di aria forzata... Ora ognuno è solo a tu per tu con il deserto, con le rocce, con se stesso, e con il Sole...  Vampe di calore salgono dalla distesa di sabbia dorata davanti a noi, sul fondo della valle, mentre l’aria tremola in trasparenza e strati di aria, progressivamente meno surriscaldata, si alternano dal suolo al cielo... silenzio, attorno, mentre il crepitio dei cristalli di silice sotto le suole sembra l’unica alternativa al sospiro della brezza calda. L’aura gloriosa e divina di Ra si espande tutto attorno, come un manto abbacinante sopra il mondo immobile. 

VIANDANTI  nel  DESERTO

Ci muoviamo pervasi da una leggera euforia, verso la serie di montagnole di detriti che costellano il ciglio del gebel, laggiù verso il bordo della collina... "wara el gebel, ìnzil taht, wi teshof el-kenisa": "dietro la collina, scendi giù, e vedrai il monastero"... l’eco delle ultime parole di Mustafa, il guardiano delle tombe di "Qubbet el Hawwa" ronza ancora nelle mie orecchie. Egli ci ha accompagnati fino alla sommità del gebel, sul "West bank" dove un piccolo edificio a cupola sfigura presuntuosamente il profilo dell’ altura. Da lì, dopo aver intascato la sua mercede, e dopo aver insistito per ulteriori integrazioni, Mustafa mi ha laconicamente accennato la strada da percorrere. 

Ed ora siamo qui, come una fila di minuscole formiche testarde, arrancanti in discesa su sentieri sottili, come gialle cicatrici di sabbia nei fianchi del colosso di pietrisco. Le chiacchiere sono svanite, mentre il piede cerca l’appoggio e tenta il passo nella ripida discesa, tra rivoli di silice combusta dal sole e pietre scure ed aguzze, sempre pronte a mordere le suole leggere delle nostre calzature.

Presto  i nostri passi risuoneranno tra le pareti del refettorio del monastero, dove la luce trinitaria delle piccole finestre ogivali diffonderà aloni mistici nell’ombra densa del corridoio... forse poche note, scandite quasi per gioco, faranno risuonare per noi antichi canti dei sacerdoti copti, quasi fossimo tornati agli albori della Chiesa... tra resti di macerie, giochi idraulici dai geometrici circuiti irrideranno alla nostra capacità di immaginare gli antichi impianti di rifornimento d’acqua.

...a piedi da Qubbet el Hawwa al monastero di S.Simeone...

Sarà lungo il percorso, e ostile l’ambiente... eppure... tra le forze indomite della natura, l’io dell’uomo risorge a nuova vita, e il silenzio concede nuovo spazio all’intuizione: è un momento di reintegrazione, di pace interiore. Nuove vibrazioni e nuove parole senza suono si propagano nell’orecchio dello spirito, e, senza sentire, senza vedere, nuove "cose" vengono rivelate, e non verranno mai più cancellate dalla nostra memoria arcana.      

Ma per ora siamo qui, e la salita verso le pareti del monastero è ancora una sfida rovente per le nostre fragili spoglie umane, desiderose di ombra e di frescura per ristorarsi del viaggio.

 

                                                     Siamo quasi arrivati...